Volevo solo stare seduta sul parapetto di un enorme ponte d’acciaio, uno di quelli altissimi, di cui vedi l’inizio ma fatichi a scorgerne la fine.
Scarpe di tela bianche ormai sporche e usurate, dei jeans chiari, una camicia di lino lunga fino quasi alle ginocchia, ero più magra della realtà.
Le gambe quasi scheletriche procedevano lentamente sul ponte, cercando il punto giusto per fermarsi e sedersi. C’era un estremo silenzio.
Stringevo al petto un grande quaderno dalle pagine bianche, come fosse l’unica cosa necessaria in quel momento. E in effetti lo era.
Mi avvicinai al parapetto, salii con un po’ di fatica quasi fossi una bambina alle prese con un mobile altissimo da scalare per arrivare alla marmellata lassù e finalmente mi misi seduta.
Le gambe a penzoloni, le scarpe dondolavano avanti e indietro, avanti e indietro…
Scrivevo righe e righe sul quaderno, appena voltavo la pagina si strappava da sola e volava giù, fino a giungere a pelo d’acqua, dove tutti i pesci azzurri e grigi guardavano la carta e le parole in nero e le spostavano avanti con il muso, leggendole amabilmente.
Vento freddo, fibra sull’acqua, pesci che muovevano le mie parole, fino a portarsele sul fondo.
Parole a filo d’acqua
gennaio 19, 2012 di sullenvale
bello…fresco e umido
…decisamente umido.
L’idea non è assolutamente malvagia! Meglio che mandare messaggi via Internet.