Seven Sisters

Arrivai alle Seven Sisters, nell’East Sussex, dopo una passeggiata in mezzo a prati verdi, zeppi di pecore al pascolo e fiori, in una giornata primaverile di sole. Riuscii a memorizzare tutti i colori e profumi di quel posto, così ben nascosti in mezzo al vento fresco.
Affacciarsi e vedere per la prima volta le scogliere bianche, severe nella loro perfezione, fu emozionante e rimasi appoggiata al parapetto non so nemmeno quanto, con la bocca socchiusa, incapace di muovermi. Il vento a quel punto era quasi assordante e fu un bene, perché la mia mente si svuotò davanti a tanta bellezza e sentii il bisogno di un compagno fedele, come solo lui può essere.
Mi diressi verso l’unico edificio presente nelle vicinanze, una casetta bassa di legno bianco, con la porta azzurra. L’interno era come me lo immaginai: anch’esso in legno bianco, con grandi finestre sul mare, una terrazza, tavoli alti e bassi con sedie spaiate, con vasi di fiori freschi appena colti e un profumo di caffè e toast.
Ordinai un tè per scaldarmi le mani, appoggiai il mio zaino pesante su una sedia e lo sorseggiai appoggiata a una parete.
Notai una coppia anziana accanto alla finestra. Non dissero nemmeno una parola durante il loro pranzo, ma i loro sguardi passarono dalla forchetta alla bocca dell’altro, con un automatismo tipico della complicità che due innamorati possono avere dopo 60 anni insieme. La donna, finito il pranzo, avvicinò la tazza di caffè al marito, che le sorrise. Si sporse per annusare i fiori, giochicchiando con la fede nuziale come una ragazzina. L’uomo appoggiò la mano sulla sua, proprio sull’anello, con uno sguardo divertito. Sospirarono allo stesso momento, guardando fuori.
Il mare era agitato, le onde quasi scure. Loro, così abituati a quel posto, non si scomposero per nulla. Attesero il momento giusto per ordinare il dolce, regalando al tempo solamente altro tempo. I fiori emanarono davvero un profumo splendido e chiusi gli occhi.

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Seven Sisters

Il peso del mondo


Mi fanno male le ginocchia, con delle fitte così intense da farmi digrignare i denti. Cammino, cammino trascinando i piedi, sentendomi le spalle fatte di piombo e la testa di fieno.
Grazie a Dio è sera, posso nascondere i pollici sotto il maglione, posso smettere di strizzare gli occhi.
Fa. Male. Tutto. Il bello di questo dolore è che ti obbliga a focalizzarti solo su di sé e non c’è spazio per altro. Sadicamente, è liberatorio. Ironicamente, non rimpiango il passato.
Non lo rimpiango nemmeno ora, non lo rimpiangerò mai. È tutto nelle mie ginocchia.

Il peso del mondo

Gira la pagina piano

“Smettila di strattonarmi la manica”.
Lui continuò, ma più dolcemente.

“Smettila ti ho detto, non sai quanto fastidio mi dai, mi allunghi il polso, la pelle della mano si stira tutta, sento la polvere sul dorso”.

La guardò, stringendo appena gli occhi. Di tutte le sensazioni, mai avrebbe pensato alla polvere, al pulviscolo, o al polso di lei, così fragile e bianco da sembrare di carta.
Lui però era fermo immobile, stava solo tenendo un lembo della sua maglia di cotone morbido, senza tirare nulla.

“Non cerco una persona romantica, sai, voglio solo qualcuno che mi culli anche solo col pensiero”.

Lasciò la manica, lei chiuse gli occhi, lui le soffiò piano sulle ciglia.

It might be over soon, soon, soon
Where you gonna look for confirmation?
And if it’s ever gonna happen
So as I’m standing at the station
It might be over soon
(All these years)

There I find you marked in constellation (two, two)
There isn’t ceiling in our garden
And then I draw an ear on you
So I can speak into the silence
It might be over soon (two, do, two, do, two)

Oh and I have carried consecration
And then you expelled all decision
As I may stand up with a vision
Caught daylight, goddamn right
Within our eyes there lies a scission
(It might be over soon)

Gira la pagina piano

Un’onda

Aveva la pelle abbronzata, tonica, senza nemmeno una ruga d’espressione, tipica dei ventenni. Portava i capelli ricci più lunghi davanti e corti dietro, scelta strana per un ragazzo, ma a lui donavano, come le basette lunghe e la barba appena folta. Aveva sopracciglia folte e occhi scuri, ciglia lunghe, bocca carnosa. Faceva caldo, caldissimo, e lui sudava copiosamente, dalle tempie, sulla nuca, con piccole gocce che gli scendevano anche sul naso. Non ci faceva più caso, non gli importava un granché, era estate e doveva solo bere tanta acqua.
Ripassava a mente una canzone ritmata, tenendo il tempo con la testa e muovendo appena le spalle. Teneva le cuffie appena spostate dall’orecchio per non perdere nessun rumore esterno, il giusto per isolarsi, ma non del tutto. Aveva mani nervose e unghie bianche, con le dita tamburellava sul ginocchio. Ogni tanto sorrideva, solo perché sentiva un refolo di vento sulla fronte, ed era bello, di una bellezza vera, quella che quando ti investe, rimani a galla e senza parole, a mani alzate.
Lui era lì, così com’era, senza la pretesa d’essere visto o preso in considerazione, eppure attirava a sé il sole e la luce, in un vortice che partiva dalla sua gola e finiva nei talloni.
Gli occhi, bassi, fissi in un punto vicino alle sue scarpe, quando s’alzavano erano come un’onda di cui non sapevi misurare l’altezza o la pericolosità. Tu intanto eri lì, in mezzo all’oceano, e non dovevi far altro che non bere troppa acqua, trattenendo un po’ il respiro, aspettandolo.

Un’onda

Un berretto giallo zabaione

Non c’era freddo e non c’era caldo, era insomma uno di quei giorni in cui afferrare una felpa giusto prima di uscire ed indossarla in ascensore, era l’ideale.
In città c’era quella luce da sole che vorrebbe spaccare le nuvole, ma rimane imbrigliato in un limbo di vento fermo. Musica in cuffia, scarpe comode, il mio unico obiettivo era camminare, sfiorando le persone, solo per il gusto di macinare strada.
Attraversai di corsa, fissando il semaforo arancione, per cercare un percorso con un minimo di verde e di persone. Mi ritrovai davanti un ragazzo con un berretto giallo zabaione e lo zaino rosso. Aveva un incedere simile al mio, sebbene sembrava sapesse esattamente dove andare. Lo seguii per un po’, come un bambino cerca in cielo l’aquilone con lo sguardo. Gli odori della città, spesso troppo pungenti, si fecero più sopportabili, o forse la mia attenzione era troppo focalizzata sul berretto giallo e non feci caso a moltissime cose, come i tre raggi di sole che illuminarono le vetrate dei palazzi, o i passerotti fermi sullo schienale di una panchina.
Notai lo zaino rosso sparire all’imbocco della metropolitana e lo salutai con un cenno della testa. Continuai a camminare, con le mani in tasca e il cappuccio alzato, alzando il volume di questa canzone.

Un berretto giallo zabaione

Quella tartellette al lemon curd

Fisso la tartellette da dieci minuti. È al lemon curd, si sente il profumo fino qui. La pastafrolla è cotta a puntino, con quel colore non troppo chiaro, nè troppo scuro. Lei è lì, assieme ad altre tartellette, sul bancone della pasticceria di legno massiccio, dietro un vetro perfettamente pulito, che sembra attendermi.
Non mi chiama per attirare la mia attenzione, non ne ha bisogno. Non è nemmeno in competizione con le brioches o quell’invitante pain au chocolat, perchè qualsiasi tipo di sfoglia o di ripieno non compete con la mia voglia di tartellette al lemon curd. Se chiudo gli occhi posso immaginare la sensazione della frolla che si sbriciola appena e la crema che si scioglie in bocca, facendo arrivare prima la botta zuccherosa, e poi quel secondo sapore più aspro degli agrumi.
Prendo un altro caffè, sperando sia buono quanto il primo. Tamburello le dita sul tavolo, sorrido distrattamente alla barista, che mi lancia qualche occhiata incuriosita mentre si strofina i dorsi delle mani sul grembiule. Non fa caldo, ma ho bisogno di rinfrescarmi il collo, quindi ci appoggio il bicchiere d’acqua per qualche secondo ed è un sollievo, come quando hai le mani impolverate e le immergi in un torrente.
L’odore e il fruscio dei giornali sfogliati agli altri tavoli mi infastidiscono un po’, ma sono un’ottima distrazione.
Mi piego per allacciarmi la scarpa, la barista passa veloce e mi sfiora il gomito.
Pago i caffè e mi vedo porgere una scatolina quadrata di cartoncino, chiusa da un fiocchetto a pois azzurri e bianchi.
È ancora tiepida e non so che dire, se non grazie.
Prima di uscire, do uno sguardo al bancone: la tartellette lì non c’è più.

Quella tartellette al lemon curd

L’ultimo morso

La sveglia suona presto, sempre troppo presto. Lui si alza, si stiracchia, va ad occhi chiusi e piedi nudi in bagno. Si lava la faccia con un velo di sapone e le mani accuratamente. Va in cucina, scalda delle fette di pane, almeno due, a volte tre. Le mette su un piattino quando ormai sono quasi bruciacchiate e comincia a sgranocchiarle, spostando le tendine della cucina e guardando fuori. Il vento di solito lo attrae, ma anche la pioggia, quando sbatte forte contro le finestre. Sta in piedi, beve un goccio d’acqua dal rubinetto e lascia sempre l’ultimo morso di pane sul piatto.
L’ultimo morso per rimanere sospeso nel calore di casa, nell’ozio permesso, in una colazione che colazione non sembra mai. L’ultimo morso per non dimenticarsi del letto ancora caldo. L’ultimo morso che si raffredda in sessantatré secondi.
Mette il piattino nel lavabo, si gratta la testa, risucchia l’aria con la bocca, drizza la schiena, riguarda fuori dalla finestra.
Quel profumo di pane tostato lo mette sempre di buonumore e non sa nemmeno il perché.

L’ultimo morso