Hai paura del cancro?

painNon so perchè a un certo punto sentir parlare di cancro o malattie terminali non mi ha dato più fastidio. Il fastidio è un termine che bene riassume quello che provavo quando leggevo di persone che soffrivano, che attraversavano malattie dolorose e irreversibili, che sapevano che stavano per morire a breve. E’ palese che è più facile star vicino a chi è felice o in salute e che la prima reazione alla sofferenza è quella di chiudersi a riccio, o di allontanarsi, perchè è un fardello davvero troppo pesante e in fondo ci si sente vagamente inutili.
Un bel giorno, quando l’ennesimo parente o conoscente si è ammalato, ho capito che il mio modo di affrontare l’argomento è cambiato. Vedere film strappalacrime come “Sweet November” o “Now Is Good” mi toccavano e facevano venire dei groppi in gola da kg, ma non distoglievo lo sguardo. Di recente mi sono imbattuta anche in “The Fault in Our Stars”, che racconta la storia di due ragazzini col cancro (la nemesi per chi odia l’argomento) e ne ho letto anche il libro, che consiglio. Ho letto di Stephen Sutton, un ragazzo ammalato di cancro, che ha condiviso la sua “bucket list”, quindi una lista di 46 cose assurde da fare prima di morire. Lui non le ha raggiunte tutte, ma di certo è riuscito a fare un sacco di beneficenza, che prosegue anche ora che se ne è andato. Ho seguito su Instagram la storia della moglie del batterista dei Green Day, Mike Dirnt, che ha documentato molto del percorso di lotta contro il tumore della moglie Britt.
“Sei matta, che senso ha intristirsi?”, mi hanno chiesto in molti. Il fatto è che non mi intristisco, ma mi sembra di far arrivare a dimensioni più umane e meno paurose uno degli argomenti che più terrorizzano le persone: il cancro. In fondo, quante volte avete sentito dire: “Della morte non ho paura, ma temo la sofferenza”? Io molte.
La malattia non è amica di nessuno. La prospettiva di morire e la paura di un percorso costellato di effetti collaterali, giorni in ospedale, perdita del proprio sè, cambiamento fisico, sono terrificanti, agghiaccianti. Il web, la carta stampata, le persone in coda dal medico, le chiacchiere alla fermata del bus, la cinematografia forniscono tantissimi stimoli che ci ricordano che molte persone stanno vivendo QUESTO. Si può ignorare o dimenticarsene, oppure lanciarsi dentro a piè pari e capirne, per quel che si può dall’esterno, le sfumature più nascoste. Non è obbligatorio, ma in qualche modo aiuta.
Parlarne non è un male e non è un tabù. Scriverne non è smania di condividere, ma anche un’ottima risorsa per muovere pensieri, per superare quella barriera di paura+pena+frustrazione che subito sentiamo ed avvicinarsi ad una dimensione più vicina al malato.
Non si è supereroi nel dire la parola “cancro” ad alta voce senza sentirsi sopraffatti. Raccontarne, soprattutto con ironia, dignità, sensibilità e intelligenza, è un dono. Questo dono ce l’ha Mauro Fiorese, fotografo e docente della mia città, che ne ha fatto un blog, che vi invito a gustarvi con la giusta calma:   https://www.storehouse.co/stories/o5xox-libra-in-cancer.

Il dono di vivere il dolore, sentirne tutto il peso, ma dirlo ad alta voce, per reagire, per non annegarci dentro.

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