La pasta spezzata

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L’aria era così secca e calda che entrava in gola e lì rimaneva. Non c’era modo di distinguere la strada sterrata dal cielo, tanto era luminoso e accecante. Ogni passo alzava la polvere, ogni respiro era più faticoso.
Le narici si riempirono di profumo di bergamotto, timo e di pomodoro seccato al sole, le orecchie del canto delle cicale e del rumore netto degli ziti che si spezzano.
D’estate era tutto più intenso, amplificato nei sensi. Io, amante da sempre delle calze di cotone leggere, dovetti lasciare i piedi nudi, a contatto solo con del cuoio lavorato grezzo.
Una borsa di juta in spalla, un sorriso appena accennato sotto il capello a tesa larga. Camminare così non solo era sopportabile, ma ebbe un potere curativo per le mie ossa deboli. Ascoltare, guardare, camminare, in un ciclo naturale e continuo.
Era piacevole, sì, sentire che la vita degli altri scorreva più lentamente della mia e non mi inghiottiva.
Respirai dal naso, mentre qualcuno portò in tavola la pasta al sugo e una bottiglia di vino.

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