L’ultimo morso

La sveglia suona presto, sempre troppo presto. Lui si alza, si stiracchia, va ad occhi chiusi e piedi nudi in bagno. Si lava la faccia con un velo di sapone e le mani accuratamente. Va in cucina, scalda delle fette di pane, almeno due, a volte tre. Le mette su un piattino quando ormai sono quasi bruciacchiate e comincia a sgranocchiarle, spostando le tendine della cucina e guardando fuori. Il vento di solito lo attrae, ma anche la pioggia, quando sbatte forte contro le finestre. Sta in piedi, beve un goccio d’acqua dal rubinetto e lascia sempre l’ultimo morso di pane sul piatto.
L’ultimo morso per rimanere sospeso nel calore di casa, nell’ozio permesso, in una colazione che colazione non sembra mai. L’ultimo morso per non dimenticarsi del letto ancora caldo. L’ultimo morso che si raffredda in sessantatré secondi.
Mette il piattino nel lavabo, si gratta la testa, risucchia l’aria con la bocca, drizza la schiena, riguarda fuori dalla finestra.
Quel profumo di pane tostato lo mette sempre di buonumore e non sa nemmeno il perché.

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