Lettera al fronte

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13 Aprile 1917

Cuore mio,
non ti vedo più. Non ti ho più negli occhi, sei un’ombra opaca in distanza, di cui distinguo a malapena i contorni. Devo farlo, mia piuma, perché l’attesa è logorante, e più cerco di ricordarmi il colore dei tuoi occhi, più sento la lama di un pugnale entrarmi nelle carni.
Così ho deciso di non vederti più. L’ho scelto, l’ho voluto, l’ho desiderato.
Ce la sto facendo, pian piano. Sai quanto io sia testarda, sai quanto la mia fibra sia tenace.

Le lettere dal fronte arrivano sempre su carta gialla stropicciata, ogni volta che il fattorino mi porge un telegramma mi sento le ginocchia tremare e la gola serrarsi. Tento invano di sentire un tuo odore in quella carta, passo i polpastrelli sull’inchiostro, mimando i tuoi gesti.

Un grande vento soffia tra gli alberi oggi e sbatte sulle finestre. Sai quanto io ami il vento, forse questo pensiero ti porterà sollievo, forse anche tu stai godendo della frescura sulle gote.

Non voglio pensare al tuo viso, non voglio vederti.

Quando mi accingo a leggere delle poesie, mi sforzo di cercare qualcosa ancora più bello di queste, quasi volessi puntare gli occhi diritti al sole. Solo il vento le supera, e il tuo profilo, quando magari sei intento ad allacciarti le scarpe, tutto serioso.

Non voglio pensare al tuo viso, non voglio vederti.

Ci hanno cresciuti a trovare l’onore nella guerra, il patriottismo nell’imbracciare l’arma ad appena 20 anni, il prestigio nell’indossare una divisa e partire subito, senza battere ciglio. Ce lo abbiamo nel sangue questo senso del dovere assoluto, che ci rende ciechi verso l’importanza assoluta del presente.
Sento vicino il tuo orgoglio, la tua appartenenza. Sono fiera di te, ma non posso vantarmi di ciò che questa guerra sta provocando, del dolore che si avverte per le strade, del fiato sospeso, dell’angoscia verso il futuro. La gente cammina a testa bassa, non vuole sapere.

Sfiorando le tue parole, ora vorrei avere i sensi intorpiditi.

Prego che tu torni presto, così potrò avere il desiderio di vedere ancora.

V.

Lettera al fronte

La missiva fotocopiata

Un paio di giorni fa controllai la posta. Lo faccio abbastanza di rado perchè, a parte trovare volantini di decine di pizzerie, qualche pubblicità di supermercati o simile, ad aspettarmi ci sono sempre e solo bollette.
Stavolta, invece, c’era solo un foglio bianco A4, con una lettera fotocopiata varie volte. Incuriosita, sperando ardentemente non si trattasse delle solite comunicazioni da parte dell’invadente parrocchia, cominciai a leggerla.
Era una lettera vera e propria, destinata a tutto il quartiere. Mi bloccai sul marciapiede, basita dal suo contenuto e dalla sua forma.
Il mittente era Luigi A., e la missiva iniziava così: “Buongiorno, sono il suo vecchio portalettere. Ho consegnato le buste per voi dal 2007 alla scorsa settimana, quando l’azienda ha deciso di fare ulteriori tagli d’organico e di lasciare a casa me e molti altri”.
Ciò che mi stupì moltissimo fu il tono asciutto e garbato, con cui Luigi chiedeva un nuovo lavoro, una possibilità di ricominciare a darsi da fare. Non vi erano accenni a fantomatici figli o mogli a carico per suscitare pena o angosciato interessse, solo una spiegazione breve delle sue capacità e di ciò che gli piacerebbe fare.
Laureato in Economia e Commercio, nel suo curriculum vi erano i lavori più diversi, dal postino appunto all’impiegato front office presso una grande banca, dall’operaio al turnista al mercato ortofrutticolo.
Ebbene, mentre ero ferma sul marciapiede mi immaginavo quest’uomo di mezza età, magari ancora in forma grazie alle grandi biciclettate, lievemente brizzolato, mettere queste fotocopie in tutte le cassette postali, sperandoci un po’, con un vago sorriso amaro stampato in faccia.
Fosse stato davanti a me, l’avrei abbracciato. Chissà, magari era arci stufo di girare agenzie interinali e sentirsi vecchio o inadatto ai lavori lì proposti e anche disilluso da Internet e dalle false promesse trovate in rete.
Luigi A., ti auguro ogni bene e, romanticamente, mi piace pensare che tu sia riuscito ad entrare in contatto con qualche brillante persona che ti abbia potuto fornire quella svolta tanto attesa. Hai voluto tentare un mezzo all’antica, un passaparola silente e non invasivo e per questo susciti in me tenerezza e simpatia.
Viva le missive fotocopiate, viva l’inchiostro che un po’ ti si appiccica alle dita e rende tutto più vero.

La missiva fotocopiata