Un’onda

Aveva la pelle abbronzata, tonica, senza nemmeno una ruga d’espressione, tipica dei ventenni. Portava i capelli ricci più lunghi davanti e corti dietro, scelta strana per un ragazzo, ma a lui donavano, come le basette lunghe e la barba appena folta. Aveva sopracciglia folte e occhi scuri, ciglia lunghe, bocca carnosa. Faceva caldo, caldissimo, e lui sudava copiosamente, dalle tempie, sulla nuca, con piccole gocce che gli scendevano anche sul naso. Non ci faceva più caso, non gli importava un granché, era estate e doveva solo bere tanta acqua.
Ripassava a mente una canzone ritmata, tenendo il tempo con la testa e muovendo appena le spalle. Teneva le cuffie appena spostate dall’orecchio per non perdere nessun rumore esterno, il giusto per isolarsi, ma non del tutto. Aveva mani nervose e unghie bianche, con le dita tamburellava sul ginocchio. Ogni tanto sorrideva, solo perché sentiva un refolo di vento sulla fronte, ed era bello, di una bellezza vera, quella che quando ti investe, rimani a galla e senza parole, a mani alzate.
Lui era lì, così com’era, senza la pretesa d’essere visto o preso in considerazione, eppure attirava a sé il sole e la luce, in un vortice che partiva dalla sua gola e finiva nei talloni.
Gli occhi, bassi, fissi in un punto vicino alle sue scarpe, quando s’alzavano erano come un’onda di cui non sapevi misurare l’altezza o la pericolosità. Tu intanto eri lì, in mezzo all’oceano, e non dovevi far altro che non bere troppa acqua, trattenendo un po’ il respiro, aspettandolo.

Un’onda

Un berretto giallo zabaione

Non c’era freddo e non c’era caldo, era insomma uno di quei giorni in cui afferrare una felpa giusto prima di uscire ed indossarla in ascensore, era l’ideale.
In città c’era quella luce da sole che vorrebbe spaccare le nuvole, ma rimane imbrigliato in un limbo di vento fermo. Musica in cuffia, scarpe comode, il mio unico obiettivo era camminare, sfiorando le persone, solo per il gusto di macinare strada.
Attraversai di corsa, fissando il semaforo arancione, per cercare un percorso con un minimo di verde e di persone. Mi ritrovai davanti un ragazzo con un berretto giallo zabaione e lo zaino rosso. Aveva un incedere simile al mio, sebbene sembrava sapesse esattamente dove andare. Lo seguii per un po’, come un bambino cerca in cielo l’aquilone con lo sguardo. Gli odori della città, spesso troppo pungenti, si fecero più sopportabili, o forse la mia attenzione era troppo focalizzata sul berretto giallo e non feci caso a moltissime cose, come i tre raggi di sole che illuminarono le vetrate dei palazzi, o i passerotti fermi sullo schienale di una panchina.
Notai lo zaino rosso sparire all’imbocco della metropolitana e lo salutai con un cenno della testa. Continuai a camminare, con le mani in tasca e il cappuccio alzato, alzando il volume di questa canzone.

Un berretto giallo zabaione

Quella tartellette al lemon curd

Fisso la tartellette da dieci minuti. È al lemon curd, si sente il profumo fino qui. La pastafrolla è cotta a puntino, con quel colore non troppo chiaro, nè troppo scuro. Lei è lì, assieme ad altre tartellette, sul bancone della pasticceria di legno massiccio, dietro un vetro perfettamente pulito, che sembra attendermi.
Non mi chiama per attirare la mia attenzione, non ne ha bisogno. Non è nemmeno in competizione con le brioches o quell’invitante pain au chocolat, perchè qualsiasi tipo di sfoglia o di ripieno non compete con la mia voglia di tartellette al lemon curd. Se chiudo gli occhi posso immaginare la sensazione della frolla che si sbriciola appena e la crema che si scioglie in bocca, facendo arrivare prima la botta zuccherosa, e poi quel secondo sapore più aspro degli agrumi.
Prendo un altro caffè, sperando sia buono quanto il primo. Tamburello le dita sul tavolo, sorrido distrattamente alla barista, che mi lancia qualche occhiata incuriosita mentre si strofina i dorsi delle mani sul grembiule. Non fa caldo, ma ho bisogno di rinfrescarmi il collo, quindi ci appoggio il bicchiere d’acqua per qualche secondo ed è un sollievo, come quando hai le mani impolverate e le immergi in un torrente.
L’odore e il fruscio dei giornali sfogliati agli altri tavoli mi infastidiscono un po’, ma sono un’ottima distrazione.
Mi piego per allacciarmi la scarpa, la barista passa veloce e mi sfiora il gomito.
Pago i caffè e mi vedo porgere una scatolina quadrata di cartoncino, chiusa da un fiocchetto a pois azzurri e bianchi.
È ancora tiepida e non so che dire, se non grazie.
Prima di uscire, do uno sguardo al bancone: la tartellette lì non c’è più.

Quella tartellette al lemon curd

L’ultimo morso

La sveglia suona presto, sempre troppo presto. Lui si alza, si stiracchia, va ad occhi chiusi e piedi nudi in bagno. Si lava la faccia con un velo di sapone e le mani accuratamente. Va in cucina, scalda delle fette di pane, almeno due, a volte tre. Le mette su un piattino quando ormai sono quasi bruciacchiate e comincia a sgranocchiarle, spostando le tendine della cucina e guardando fuori. Il vento di solito lo attrae, ma anche la pioggia, quando sbatte forte contro le finestre. Sta in piedi, beve un goccio d’acqua dal rubinetto e lascia sempre l’ultimo morso di pane sul piatto.
L’ultimo morso per rimanere sospeso nel calore di casa, nell’ozio permesso, in una colazione che colazione non sembra mai. L’ultimo morso per non dimenticarsi del letto ancora caldo. L’ultimo morso che si raffredda in sessantatré secondi.
Mette il piattino nel lavabo, si gratta la testa, risucchia l’aria con la bocca, drizza la schiena, riguarda fuori dalla finestra.
Quel profumo di pane tostato lo mette sempre di buonumore e non sa nemmeno il perché.

L’ultimo morso

Da vicino

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Era la prima volta che gli mostrava la sua città. Lei non stava più nella pelle, gliene ebbe parlato così tante volte, raccontandogli tutte le storie che conosceva dei vicoli, pertugi, piazze, edifici, che averlo lì, in carne ed ossa, era quasi surreale.
Eppure lui era proprio al suo fianco, le fece quasi ombra da quanto era statuario e questo tornò utile, perché il caldo non diede tregua e anche i vestiti in puro cotone e lino si appiccicarono alla pelle.
Questo non sembrò turbarlo, nonostante la fronte grondasse. Forse era solo felice di essere finalmente nel posto giusto, senza sentire la mancanza soffocante di quella ragazza che sapeva dolcemente tenerlo sulle spine e lo divertiva con quel suo modo d’essere autentica senza nemmeno provarci.
“Portami nel tuo posto preferito”, esordì lui, fermandola da un polso.
Lei lo guardò incuriosita, pensando che era come iniziare un pasto con il dolce, ma non se ne preoccupò e decise di accontentarlo. Puntò il dito verso est e gli mostrò una collina non molto lontana. “Lì”, disse solo e lui la seguì, rendendosi lucidamente conto che sarebbe andato ovunque con lei.
Fecero un bel po’ di strada in salita, ammirarono l’ortica a ciglio strada e il rosmarino in fiore e si baciarono velocemente, come se non potessero fermarsi proprio in quel momento. Entrambi con il fiatone, entrambi con un sorriso immacolato e senza pensieri.
Arrivarono in cima e notarono delle persone raggruppate nello stesso punto, intente ad ammirare il paesaggio. Aveva ragione lei, era un posto stupendo. La città sembrò calma, attorniata da un insolito silenzio, senza tempo, quasi eterea.
“Ecco, siamo arrivati, ogni tanto vengo qui per ritemprarmi, perché serve determinazione per arrivare fino qui, non è la stessa gratificazione immediata di scartare un cioccolatino, sai…”.
“Sì, credo di aver capito cosa intendi e ti capisco. La tua città è bellissima, ma da qui si ha tutta un’altra prospettiva. Sembra più tua”.
“Da distante ogni cosa è più bella”, scherzò lei, appoggiandogli un gomito sulla spalla. Lui chinò la testa e con la tempia lo sfiorò per un secondo. “Ora mi dici perché mi hai chiesto di portarti proprio qui?”, gli chiese, guardandolo dritto negli occhi.
“Perché ero curioso di sapere di che profumi e atmosfere ti piace attorniarti. Si capisce molto da ciò che fa felice una persona”. Era serio, ma aveva un’espressione distesa.
“Quando scenderemo dalla collina, sarò ancora felice”, sussurrò lei e la sua voce si perse in un attimo nell’aria.
“Lo so, è per questo che tu sei bella anche da vicino”.

Da vicino

In qualsiasi tempo

Adoravo abitare in quella città, non troppo a nord, né troppo a sud. L’inverno era pungente, rigido, ma sopportabile se ben vestiti. L’estate era abbastanza torrida, mai troppo asfissiante. La primavera e l’autunno, invece, erano stupendi, la mia personale idea di perfezione.
Amavo stare lì perché ero abituata a qualsiasi clima e non abbassavo mai la guardia. Non mi trovavo mai impreparata in un viaggio, perché sapevo cosa voleva dire sentirsi le ossa infreddolite o camminare sotto un sole cocente.
L’agio per me era essere indipendente, autonoma. Non mi spaventava nulla, avrei scelto di visitare città sotto la neve o di finire in un’isola greca in pieno agosto. Potevo cavarmela, riuscivo a barcamenarmi bene o male sempre, ed era grazie al clima in cui ero cresciuta.
Cosa c’è di più brutto di sentirsi bloccati, di non poter esplorare, di non poter rischiare?
Io credo nulla. Nulla mi terrorizzava più del sentire un qualsiasi impedimento verso tutto ciò che era nuovo e sconosciuto. Perché in fondo ho sempre dedicato la mia vita ad assaggiare qualsiasi piatto, provare abiti inaspettati, credere fermamente che tutto ciò che sapevo faceva di me quella che ero nel presente, ma quello che ancora non conoscevo mi avrebbe dato la possibilità di costruire la migliore me del futuro.
Sorridevo in quell’aria primaverile, stretta in un impermeabile leggero. Sorridevo a non so cosa.

In qualsiasi tempo

La pasta spezzata

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L’aria era così secca e calda che entrava in gola e lì rimaneva. Non c’era modo di distinguere la strada sterrata dal cielo, tanto era luminoso e accecante. Ogni passo alzava la polvere, ogni respiro era più faticoso.
Le narici si riempirono di profumo di bergamotto, timo e di pomodoro seccato al sole, le orecchie del canto delle cicale e del rumore netto degli ziti che si spezzano.
D’estate era tutto più intenso, amplificato nei sensi. Io, amante da sempre delle calze di cotone leggere, dovetti lasciare i piedi nudi, a contatto solo con del cuoio lavorato grezzo.
Una borsa di juta in spalla, un sorriso appena accennato sotto il capello a tesa larga. Camminare così non solo era sopportabile, ma ebbe un potere curativo per le mie ossa deboli. Ascoltare, guardare, camminare, in un ciclo naturale e continuo.
Era piacevole, sì, sentire che la vita degli altri scorreva più lentamente della mia e non mi inghiottiva.
Respirai dal naso, mentre qualcuno portò in tavola la pasta al sugo e una bottiglia di vino.

La pasta spezzata