In qualsiasi tempo

Adoravo abitare in quella città, non troppo a nord, né troppo a sud. L’inverno era pungente, rigido, ma sopportabile se ben vestiti. L’estate era abbastanza torrida, mai troppo asfissiante. La primavera e l’autunno, invece, erano stupendi, la mia personale idea di perfezione.
Amavo stare lì perché ero abituata a qualsiasi clima e non abbassavo mai la guardia. Non mi trovavo mai impreparata in un viaggio, perché sapevo cosa voleva dire sentirsi le ossa infreddolite o camminare sotto un sole cocente.
L’agio per me era essere indipendente, autonoma. Non mi spaventava nulla, avrei scelto di visitare città sotto la neve o di finire in un’isola greca in pieno agosto. Potevo cavarmela, riuscivo a barcamenarmi bene o male sempre, ed era grazie al clima in cui ero cresciuta.
Cosa c’è di più brutto di sentirsi bloccati, di non poter esplorare, di non poter rischiare?
Io credo nulla. Nulla mi terrorizzava più del sentire un qualsiasi impedimento verso tutto ciò che era nuovo e sconosciuto. Perché in fondo ho sempre dedicato la mia vita ad assaggiare qualsiasi piatto, provare abiti inaspettati, credere fermamente che tutto ciò che sapevo faceva di me quella che ero nel presente, ma quello che ancora non conoscevo mi avrebbe dato la possibilità di costruire la migliore me del futuro.
Sorridevo in quell’aria primaverile, stretta in un impermeabile leggero. Sorridevo a non so cosa.

In qualsiasi tempo

La pasta spezzata

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L’aria era così secca e calda che entrava in gola e lì rimaneva. Non c’era modo di distinguere la strada sterrata dal cielo, tanto era luminoso e accecante. Ogni passo alzava la polvere, ogni respiro era più faticoso.
Le narici si riempirono di profumo di bergamotto, timo e di pomodoro seccato al sole, le orecchie del canto delle cicale e del rumore netto degli ziti che si spezzano.
D’estate era tutto più intenso, amplificato nei sensi. Io, amante da sempre delle calze di cotone leggere, dovetti lasciare i piedi nudi, a contatto solo con del cuoio lavorato grezzo.
Una borsa di juta in spalla, un sorriso appena accennato sotto il capello a tesa larga. Camminare così non solo era sopportabile, ma ebbe un potere curativo per le mie ossa deboli. Ascoltare, guardare, camminare, in un ciclo naturale e continuo.
Era piacevole, sì, sentire che la vita degli altri scorreva più lentamente della mia e non mi inghiottiva.
Respirai dal naso, mentre qualcuno portò in tavola la pasta al sugo e una bottiglia di vino.

La pasta spezzata

Chi va

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Solito percorso, accanto alla diga. Qualche km di pianura e poi giù per un sentiero scosceso, da cui non puoi evitare di uscire senza qualche ginocchio sbucciato.
Io, lanciata in un passo serrato quasi militaresco, non potevo mimetizzarmi in quell’ambiente, con un cappello nero da baseball, gli occhiali scuri e una maglia larga. Non importava, bastava solo camminare veloce. I pochi passanti perlopiù portavano a spasso il cane, senza guardarsi attorno, stando solo attenti a dove mettevano i piedi. Alzavano la testa solo per capire da dove arrivasse della musica e io non dovevo nemmeno sforzarmi di salutare. I loro cani invece meritavano sempre una carezza.
Sulla strada del ritorno, dopo ormai ore di cammino, ho intravisto una figura maschile davanti a me. Più mi avvicinavo, più riconoscevo una corporatura una volta atletica, ora, a cinquant’anni ormai passati, rimasta solamente magra e nervosa. Folti capelli grigi, t-shirt bianca, Levi’s 505 calzati a pennello, leggermente slavati dall’uso. Avanzava a passo sicuro, spedito, con lo sguardo dritto davanti a sè ed una sicurezza magnetica.
Ho immaginato fosse un artigiano, magari del legno, ma le mani curate e con pochissimi segni del tempo non potevano mentire. Ho pensato allora fosse un uomo d’affari, in carriera, ma il suo modo spigliato di vestirsi, lasciando che si intravedessero i muscoli delle spalle e dei bicipiti, mi hanno fatto desistere. Allora ho deciso fosse solamente un viaggiatore, una persona che ha visto il mondo, che ha imparato a camminare su qualsiasi tipo di strada, perchè andare avanti è la parte necessaria del movimento.
Arrivati di nuovo alla diga, si è voltato, facendomi capire di essere stato cosciente di avermi alle spalle per tutto quel tempo. Gli ho sorriso, lui ha fatto un cenno con il capo.
Era un girovago, sì, uno che con un paio di jeans e una maglia bianca poteva arrivare ovunque volesse.
Perché chi si ferma ha più vita, ma chi va ha più strade.
(Francisco Galvez)

Chi va